Asociación para el estudio de temas grupales, psicosociales e institucionales

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Istituzione, Formazione ed Emergenti Psicosociali, por Luciana Bianchera


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ISTITUZIONE, FORMAZIONE ED EMERGENTI PSICOSOCIALI [1]

Luciana Bianchera

Il punto di vista da cui vi parlo è quello di un consorzio di cooperative sociali che aggrega 21 cooperative per un totale di circa 1200 dipendenti impegnati in decine di servizi, in ambiti di lavoro molteplici: handicap, psichiatria, famiglie e minori, inserimento lavorativo, immigrazione, accoglienza dei richiedenti asilo, housing sociale.

Questa organizzazione esiste da circa 25 anni e la sfida culturale e metodologica è stata quella di applicare la concezione operativa di gruppo sui differenti livelli della sua realtà: la questione dei compiti psicosociali, la gestione delle équipe, il processo istituzionale e l’analisi dei bisogni sociali territoriali.

Questo ha comportato negli anni un grande investimento formativo in primo luogo su una équipe di lavoro che unisse una duplice competenza: la capacità della ricerca fondi per il finanziamento della formazione ( fondi europei e regionali) e una competenza scientifica per allestire un ente di formazione interno che fornisse alle cooperative e ai gruppi sostegno, nozioni, aggiornamenti, spazi e setting in cui sviluppare il pensiero e la ricerca a costi sostenibili per una rete di imprese no profit.

Le vicissitudini sono state estremamente complesse. Uno dei primi aspetti da affrontare è stato suggerire, senza imporre al sistema, la necessità di adottare uno schema di riferimento condiviso con cui affrontare i differenti compiti pedagogici e sociali. La nostra intuizione si basava sul fatto che un sistema istituzionale cosi complesso e crescente, costantemente in relazione con la popolazione e un gran numero di altre istituzioni, non poteva che essere tenuta insieme attraverso una grammatica culturale comune.

Abbiamo investito centinaia di ore a favore di decine di gruppi su alcune nozioni centrali della concezione operativa:

  • Il concetto di istituzione e la differenza tra istituzione ed organizzazione
  • L’idea di lavoro di gruppo
  • La nozione di vincolo
  • La teoria degli ambiti (che ci sembrava adeguata per percorrere da ogni direzione e verso ogni direzione la vita e i compiti della nostra organizzazione)
  • Una nozione di apprendimento connessa ai concetti di cambiamento e terapia in grado di innescare processi di ricerca nelle e attraverso le esperienze che si andavano realizzando.

Ben presto, però, abbiamo scoperto che curare e nutrire le èquipe psicopedagogiche non era sufficiente. Successivamente alla fase istituente del Consorzio, abbiamo cominciato a prendere coscienza dell’urgenza e la necessità di occuparci del nostro stesso funzionamento istituzionale.

La realtà ci ha mostrato il rischio di introiettare scissioni, frammentazioni, blocchi dell’apprendimento propri dei pazienti, degli utenti e dei gruppi che trattavamo ed ospitavamo nei nostri servizi. Un passaggio cruciale è stato la messa a fuoco di una profonda connessione tra i processi istituzionali, di formazione e apprendimento ed i fenomeni psicosociali. Da questa nascente consapevolezza, intrisa di resistenze e intuizioni, ci siamo affacciati alla lettura della nostra istituzione dotandoci di dispositivi che ci permettessero di osservare:

  • Quanto la nostra modalità di organizzare i servizi, le comunicazioni, la gestione degli spazi, la trasmissione culturale, la riflessione in équipe fossero, potenzialmente, terapeutiche o patologizzanti.
  • Quanto sia importante separare la tipologia delle competenze, delle urgenze e delle visioni (amministrativo-economico/pedagogico e clinico) ma non scinderle.
  • La modalità attiva o passiva di rispondere ai dispositivi normativi e alle indicazioni di legge (che negli ultimi anni si sono selvaggiamente abbattuti sui servizi sociali con una logica contabilizzante spesso sconnessa dalla realtà dei processi riabilitativi e di prevenzione).
  • Quanto le nostre modalità di lavoro ci consentissero di praticare interventi di assistenza, terapia e riabilitazione ma nello stesso tempo allestire processi di prevenzione rivolti alla salute mentale e fisica dei nostri operatori e a quella delle comunità in cui stiamo intervenendo.

Sostanzialmente, la nostra ricerca significa essere consapevoli dell’idea che per fare ricerca serve un inquadramento nel quale le esperienze possano essere vissute, osservate e ripensate in gruppo e possedere dispositivi interpretativi che ci consentano di integrare competenze diverse, il dentro e il fuori, culture diverse e conflittualità sociali che vengono proiettate nelle strutture operative. Per noi ricercare significa altresì dimorare sul confine tra socialità sincretica e socialità per interazione coscienti di una dialettica che riscrive ininterrottamente un dialogo comunitario, sociopolitico ed economico nel quale le istituzioni di cura interpretano una funzione centrale.

In secondo luogo consiste nell’ipotizzare che una istituzione può promuovere cura e prevenzione a patto che si occupi delle implicazioni tra le varie parti organizzative ed i compiti, restando sufficientemente in grado di analizzare le resistenze, i conflitti e i dilemmi, le ansie e le angosce, i miti e le idealizzazioni che strutturano la sua socialità interna, e la pongono in un dialogo interistituzionale.

Questo aspetto sta tuttora richiedendo moltissime energie e si è fatto particolarmente delicato a partire dalla crisi economica che verso il 2010 ha allertato gli spazi di vita comunitaria e le istituzioni in generale. Forse possiamo affermare che, da quel momento, le istituzioni stesse abbiano progressivamente perduto o rischiato di perdere parte della loro funzione di contenitori delle ansie depressive e persecutorie dei cittadini e degli operatori stessi (ELLIOT JAQUES). Conflittualità tra logiche di pensiero diverse, divaricazioni nella gestione delle priorità e dei compiti, sentimenti di impotenza e di ansia diffusi, sfocianti frequentemente in eccessi di burocratizzazione e stereotipie del comportamento con conseguente perdita di senso, hanno caratterizzato il lavoro nelle organizzazioni sociali.

La formazione, in questa cornice ha spesso assunto il compito di contenere e tras-formare le ansietà dei gruppi di lavoro che, da un lato ricevevano su di sé la paura e l’aggressività delle famiglie e degli utenti, dall’altro combattevano con il loro stesso senso di precarietà.

In questi ultimi tempi stiamo constatando alcuni emergenti estremamente interessanti che hanno la qualità di mostrare quanto le aule della formazione siano per certi versi i ‘’sensori’’ di una complessa dialettica istituzionale e comunitaria. Di seguito proviamo a descriverne alcuni:

  • L’orientamento psicanalitico consolidato e diffuso nella nostra rete sta ricevendo ‘’attacchi’’ interni ed esterni a favore di approcci comportamentisti, pensati come piu’ adeguati alla psichiatria, alla disabilità ed in particolare all’autismo e piu’ ordinati e congruenti ad un generale bisogno di controllo. Questo ci interroga profondamente sulla necessità di integrare i nostri stessi schemi di riferimento e sul bisogno di maggior sicurezza dei nostri operatori.
  • Sorvegliare, controllare e misurare sembrano essere parole d’ordine trasversali all’ambito comunitario e a quello istituzionale, motivate apparentemente dalla crisi, dall’inquietudine socialmente percepita, dai dilaganti elementi di multiculturalità e dalla fatica di sostenere il pensiero su questi cambiamenti.
  • I setting formativi raccolgono vissuti e racconti di gruppi di operatori che dal territorio hanno letto bisogni sociali emergenti e praticato connessioni nuove nelle offerte e nelle risposte. Più che mai i luoghi della formazione coincidono almeno in parte con la funzione ideativa e progettuale, che poi porterà in altri luoghi dell’organizzazione al ripensamento dei servizi sociali.

Un ulteriore emergente, come già accennato, è la ritessitura, nelle nostre comunità, della composizione sociale dal punto di vista multiculturale. Questo ci porta alla necessità di occuparci della trattazione di traumi, lutti, cambiamenti che non possiamo pensare se non integrando la nostra stessa formazione. Dal concetto di famiglia a quello di funzioni genitoriali, dall’idea di giustizia sociale a quella di salute e malattia, dalla pedagogia alla psichiatria, tutto va ripensato nelle èquipe rimettendo al tema le tecniche di gestione dei colloqui, dei gruppi di analisi della domanda e della interpretazione.

La nostra rete attualmente sta accogliendo in strutture residenziali 400 profughi provenienti da una decina di paesi diversi. Questo ci ingaggia nella ricerca di nuovi punti di equilibrio nei concetti di convivenza, ascolto e accoglienza, equilibrio in cui tempo e spazio si riarticolano, da un lato disorientandoci, dall’altro aprendoci a nuove visioni dell’alterità e delle nostre stesse esistenze.

La questione del lavoro si sta manifestando come altresì centrale nel dibattito comunitario. Da tempo Sol.Co. Mantova e le sue cooperative si occupano di inserimento lavorativo ed accompagnamento al lavoro per soggetti fragili. Ma i concetti di fragilità e vulnerabilità hanno richiesto concettualmente ed operativamente anch’essi una trasformazione. Negli ultimi anni la nostra formazione ha scelto di aprirsi a nuovi inquadramenti che diventano spazi di elaborazione di situazioni traumatiche legate alla perdita del lavoro. L’applicazione del dispositivo gruppale si presenta come estremamente funzionale per trattare vissuti di emarginazione, elementi depressivi e disorientamenti, per evocare un ri-apprendimento di sé attraverso possibilità occupazionali e relazionali diverse e nuove. In questo spazio abbiamo avuto modo di osservare come mente-corpo-relazioni siano simultaneamente all’opera nella esperienza della perdita e del ritrovamento di equilibri e ruoli.

Una serie di interessanti esperienze è stata realizzata ed è tuttora in atto con alcune fabbriche che, per varie ragioni, hanno dismesso le loro attività. Sol.Co. Mantova si sta sperimentando nell’accompagnamento individuale e gruppale di centinaia di operai disoccupati che hanno visto dissolversi una pratica quotidiana, il sentimento di sicurezza e l’allestimento della propria identità in buona misura incardinati intorno al proprio lavoro. All’interno della nostra organizzazione abbiamo registrato accesi e dolorosi dibattiti tra gli operatori e le équipe sui dispositivi più adeguati per rispondere a queste emergenze: accompagnamento individuale, mera trasmissione di informazioni, accompagnamento gruppale, informazione o trasmissione? La questione non è risolta e al momento tendiamo a pensare che queste diverse rappresentazioni rispondano a meccanismi di difesa rispetto al dolore che la disoccupazione e la povertà ci consegnano.

Sullo stesso registro, ma in un contesto differente, collochiamo l’esperienza di gruppi realizzati in carcere. Attraverso un lavoro di rete con la casa circondariale di Mantova, UEPE, i servizi della psichiatria e delle tossicodipendenze, il carcere ci ha aperto i suoi cancelli per consentire ai detenuti di fare gruppo ed analizzare la loro esperienza di detenzione, le ragioni che li hanno portati lì e ripristinare una immagine di progettualità affacciata al futuro attraverso nuove abilità.

In tutti questi contesti così diversi, un fattore comune sembra essere la necessità di svincolarsi da una gruppalità interna costituita da linguaggi e culture radicate nell’area sincretica e indiscriminata del sé, attraversare traumi e regioni di perdita di senso, dare rappresentazione ad esperienze conflittuali, emarginanti e spesso violente.

Tutto questo tessuto emozionale, vincolare ed intersoggettivo, caratterizzato per lo più dal non-pensato e dall’elemento della catastrofe (BION) porta le nostre stesse istituzioni a spingersi verso terreni di ricerca nuovi che richiedono quel tanto di de-istituzionalizzazione (BASAGLIA) e contenimento (WINNICOTT) per gestire il perturbante e cooperare alla costruzione di forme di convivenza comunitarie nuove.

 Rimini, 20 ottobre 2016


[1] Trabajo presentado en la 1ª Asamblea internacional sobre investigación en la Concepción Operativa de Grupo, Rimini, 20-22 de octubre 2016.

 

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