Asociación para el estudio de temas grupales, psicosociales e institucionales

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Il gruppo con persone disabili: dall´indiscriminazione alla discriminazione, por Loredana Boscolo


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Il gruppo con persone disabili: dall’ indiscriminazione alla discriminazione [1]

Loredana Boscolo [2]

La mia esperienza con gruppi di disabili è iniziata sei anni fa, ed è stata stimolata da un conflitto insorto con alcuni colleghi psichiatri, nell’ambito della presa in carico di persone con disabilità psichica e ritardo mentale.

Alcuni utenti vennero inviati alla nostra Unità operativa disabili per procedere ad un inserimento in un centro diurno per formulare un progetto di tipo educativo e/o assistenziale, invece altri utenti che già frequentavano i centri diurni avevano la necessità di un percorso terapeutico, in quanto presentavano dei sintomi fobici, ansietà generalizzate e comportamenti di tipo aggressivo.

I colleghi psichiatri affermavano che non c’erano le condizioni minime per poter fare una presa in carico terapeutica e produrre dei cambiamenti in quanto i ritardi mentali o intellettivi venivano definiti “severi”, con compromissione delle capacità di apprendimento.

Questi aspetti conflittuali si sono trasformati in alcuni interrogativi: “Si possono produrre delle modificazioni nei diversi aspetti patologici, installando un dispositivo gruppale? È possibile pensare ad una clinica gruppale nel campo della disabilità? Hanno ragione i colleghi psichiatri che si può offrire soltanto un intervento di tipo assistenziale?”

Questi interrogativi si sono fatti spazio per considerare una possibile strategia di intervento che mettesse in atto le condizioni per intraprendere un modo di pensare a qualcosa di diverso da quello che si è pensato fino ad ora.

L’esperienza inizia nel 2011 con un gruppo di disabili di 10 persone che si incontravano una volta al mese. Il luogo dove si svolgevano i gruppi era al centro diurno. Nella prima fase, gli utenti erano indicati dagli operatori tra le persone che avevano dimostrato una motivazione o curiosità per un percorso gruppale.

Il lavoro gruppale fin dall’inizio si è presentato molto arduo e complesso per le difficoltà di ascoltare e comprendere piccole consegne. D’altronde i deficit mentali sono carenti dei processi di simbolizzazione e di astrazione, il linguaggio ha una scarsa funzione comunicativa, disarticolato e senza connessioni.

L’autonomia personale e sociale è limitata nel far fronte alle esigenze comuni della vita quotidiana.

Sul piano dell’organizzazione della personalità sono presenti importanti nuclei indifferenziati (nuclei agglutinati) che rendono impossibile al soggetto una differenziazione tra sé e gli altri, tra dentro e fuori, tra mondo esterno e mondo interno.

La ricerca è partita dall’ipotesi di considerare i deficit psichici e ritardi mentali ad uno stato di indifferenziazione primitiva costituita da una particolare organizzazione Io-mondo, in cui nei nuclei agglutinati non si è mai operata una discriminazione (Bleger).

Questa particolare organizzazione Io-mondo dal mio punto di vista sembrerebbe corrispondere alla loro situazione deficitaria: gli aspetti non sviluppati del pensiero e le caratteristiche della personalità.

Si da avvio all’esperienza.

Il gruppo viene installato con le coordinate del tempo e dello spazio, si definisce il compito gruppale in cui ognuno poteva dire quello che voleva e come poteva.

La mia funzione di coordinatrice-terapeuta è stata quella di mettermi in ascolto, tentando di comprendere il posto e il deposito che mi veniva assegnato da parte del gruppo.

Il primo passo è stato mettermi in ascolto del mio gruppo interno, nel vincolo gruppale del qui e ora.

Nell’immanenza della situazione gruppale sentivo una incapacità di comprendere la frammentazione dei vincoli, dove i flussi emozionali agiti creavano un clima di fusionalità. La molteplicità degli sguardi produceva una situazione sinceramente claustrofobica.

Il gruppo si esprimeva con parole balbettate e condensate senza alcuna connessione.

Il deposito massiccio nell’assumere diversi ruoli era paralizzante.

Dovevo assumere il ruolo di madre o di padre o di operatore. Nell’assumere questi depositi, sentivo un sentimento di reale impotenza e di incapacità di produrre pensieri.

I movimenti del gruppo mi segnalavano la difficoltà di intendere quale sarebbe stata la linea di significazione del movimento gruppale.

Ho avuto la netta percezione di palpare, di toccare quello che Bleger chiama sincretismo o nucleo agglutinato.

In questi momenti di indiscriminazione, la funzione della coordinazione è stata di dare una garanzia di contenimento e accoglimento delle elevate ansietà di base che si manifestavano da parte dei membri del gruppo.

Segnalerei un emergente iniziale, per dare significato e comprensione all’accadere gruppale “qui si entra e si esce quando si vuole”.

Questo emergente ci da una chiara immagine di sovrapposizione degli spazi interni ed esterni, del dentro e del fuori, di spazi senza confini tra il centro diurno, il gruppo familiare e lo spazio del qui e ora gruppale.

La linea dell’interpretazione e le segnalazioni dovevano essere orientate verso il setting.

Dare spazio, forma e movimento al setting per delimitare e arginare la fusione massiccia tra il dentro e il fuori.

Bisognava superare un punto cieco:

La linea di interpretazione e di discriminazione doveva essere costruita e organizzata con gli integranti al gruppo, nei loro tempi e ritmi.

Iniziava cosi a funzionare una delimitazione minima nel gioco del va e vieni del processo gruppale; si poteva osservare la riduzione delle agitazione motorie, degli attacchi aggressivi e nello stesso tempo diminuivano i malesseri corporei.

Le parole condensate, balbettate e senza connessione, si articolavano in semplici frasi. I deficit agglutinati divenivano più fluidi, flessibili e si poteva intravedere gli esili fili incapsulati dei legami.

Il gruppo sopportava, anche se con un certo “terrore” gli aspetti meno conosciuti di ognuno e si accostava al nuovo con un sentimento perturbante.

A questo punto del percorso abbiamo ritenuto opportuno, per dare un nuovo impulso al gruppo, sperimentare a venti minuti della fine della seduta la lettura degli emergenti.

La restituzione degli emergenti, hanno prodotto un maggior insight su tre livelli:

  1. Sulla linea della interpretazione-discriminazione.
  2. Sui limiti tra gli integranti del gruppo.
  3. Sulla coppia di coordinazione (coordinatore e osservatore).

La linea di discriminazione e la lettura degli emergenti sono stati il perno dello sviluppo del processo gruppale, hanno aperto capacità di esprimere emozioni fino a prima impensabili, sono divenuti i motori per la strumentazione e organizzazione dei vincoli.

Abbiamo osservato che la lettura degli emergenti e la loro qualità, provocava e scuoteva il movimento gruppale, producendo nuovi emergenti che aiutavano il gruppo e la coordinazione a rafforzare la linea della discriminazione e differenziazione.

L’impatto degli emergenti sul gruppo, ha permesso di comprendere il funzionamento fusionale dei vincoli, l’incrocio della verticalità con l’orizzontalità ha creato nuovi “romanzi”. Prendeva corpo e vita il gruppo interno di ognuno attraverso la storia personale, affettiva ed emozionale con quella narrata all’interno del gruppo.

La fantasia gruppale si manifestava nel succedersi degli emergenti, permettendo al gruppo stesso di mobilizzare, di elaborare e mettere in gioco il disvelarsi del gruppo interno. Il dentro e il fuori, il tempo e i ruoli, tutto cominciava ad indicare la via e il modo nella quale la discriminazione tentava di instaurarsi.

La presa in carico di questo gruppo è arrivata al quinto anno. Vorrei proporvi brevemente, qualche passaggio di cinque sedute di gruppo dell’ultimo anno, con alcuni emergenti significativi che ci hanno indicato la direzione del processo gruppale.

1° gruppo:bambini piccoli, bisognosi di aiuto, bisogni di affetti, di abbracci, di amicizia, come piccoli cuccioli da accudire e curare”.

Sentimenti condensati che vanno dall’affetto, all’amicizia, ai sentimenti amorosi.

La musica aiuta ad esprimere i sentimenti.

Dove ci si sente normali? Chi è l’escluso?

Il nuovo è il diverso che prima viene escluso e poi può essere messo dentro.

Questo salva dalla follia.

2° gruppo: si soffermano sulla privacy e sull’intimità di ognuno di loro, nei diversi ambiti istituzionali (famiglia, centro diurno) portando alcuni esempi riferiti al furto di oggetti personali e delle fotografie che avevano in un armadietto.

Da qui si apre una discussione sulle strategie da mettere in atto per difendersi da queste violazioni.

3° gruppo: il lavoro si centra sui lutti familiari, attraverso gli oggetti che sono appartenuti ai parenti defunti, e la trasformazione di questi oggetti in “ricordi dentro di noi”.

4° gruppo: l’attenzione viene rivolta sulla concentrazione dei propri bisogni e sulla puntualità di arrivare in orario al centro diurno.

Viene messa in evidenza, da parte loro, l’impossibilità di avere “diritto di parola” con gli operatori, per proporre come eliminare i ritardi dei pulmini per arrivare in orario al centro diurno. “Se parliamo noi, non siamo presi in considerazione, la comunicazione agli operatori la devono fare i nostri genitori”.

Che cosa faremo, senza il gruppo nella pausa estiva”.

5° gruppo: sono stati inseriti nuovi utenti al centro diurno e in questo periodo degli studenti del liceo frequentano il centro per uno stage formativo.

Viene rappresentata per la prima volta una drammatizzazione sul tema “come ci si presenta nel gruppo e fuori dal gruppo”.

Ci presentiamo come utenti della cooperativa o come persone”.

La tensione tra identità e appartenenza inizia con la drammatizzazione di come ci si presenta.

Un’altra scena viene sviluppata dal gruppo per poter misurare la vicinanza e la distanza.

La discriminazione avviene attraverso il linguaggio nel presentarsi tra loro, la costruzione dell’identità è possibile per l’appartenenza al gruppo.

Un frammento di dialogo

Sono andata dal dottore e gli ho detto: dottore quanti anni hai? Ero curiosa di saperlo”. Un compagno del gruppo le chiede “hai dato del tu o del lei?” “gli ho dato del tu e ho detto caro dottore”. Un altro integrante risponde “quando gli hai detto caro dottore e lì che sei già in confidenza”.

Il clima che si è instaurato e pervade il gruppo è di fiducia e di confidenza. L’utilizzo maggiore del linguaggio su come ci si presenta al gruppo, apre la possibilità di generare speranza sulle proprie funzioni mentali e capacità di apprendimento.

La comunicazione meno autocentrata e, più rivolta all’altro, crea una nuova tensione tra Identità e Appartenenza al gruppo.

Il processo di discriminazione favorisce un nuovo giro di spirale.

L’interrogativo è ora “chi sono io” - “chi siamo noi”.

Il processo di ricerca continua insieme al gruppo.

Bibliografia:

  1. BAULEO (1997), Psicoanálisis y Grupalidad. Clínica de los nuevos objetos, Buenos Aires, Paidós.
  2. BLEGER, Simbiosi e Ambiguità, studio Psicoanalitico, Loreto, Lauretana, 1992.
  3. FREUD, Il perturbante (1919). , in Opere complete, Boringhieri, Vol. 9.

[1] Trabajo presentado en la 1ª Asamblea internacional sobre investigación en la Concepción Operativa de Grupo, Rimini, 20-22 de octubre 2016.

 [2] Loredana Boscolo es psicóloga. Italia.

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